PREFAZIONE

"IL NATALE DELL’UOMO MOLTO VECCHIO" E ALTRE STORIE


copertina5

L’Editore mi ha detto che il libro,‘L’Incontro’ e altre Storie, del quale ho scritto la prefazione, nel ‘23, è andato ottimamente e mi ha affidato pure l’introduzione a questo. Il merito del successo non va, certamente, a me, forse la richiesta è solo dettata da scaramanzia, però, la cosa mi ha fatto piacere. Ed è stato bello leggere la quinta opera del secondo periodo letterario di Borgatti, quello definito giallo, dal sole che sovrasta perennemente la terra sicula, dove lui, da dieci anni, ha scelto di vivere.
L’anno scorso ho letto
‘Il Magico Natale del Giudice’ e altre Storie, successivo a L’Incontro: gran parte delle storie mi hanno colpito immensamente. Forse, dei cinque libri, pubblicati dopo aver lasciato Milano, quello è il più bello, ma questo, del quale mi accingo a scrivere, è, per me, il più importante. Lo è, per i temi, caldi e attuali, che Borgatti, con tanta maestria, ha trattato.
L’autore è sempre lui: dallo stile colto, elegante, raffinato, privo di fronzoli letterari e dalla scrittura, facile e scorrevole, che fa dire “l’ho letto d’un fiatoˮ. Lo sappiamo tutti, e lui stesso lo sbandiera, di essere uno scrittore prestato all’imprenditoria e un imprenditore prestato alla scrittura. E sono le conseguenti tante esperienze lavorative e di vita che gli hanno fatto comprendere come giri il mondo. Che gli permettono di sorridere narrando di raccomandazioni, di aste pilotate, di creste, di maleducazione e scorrettezza, di tangenti, di promesse non mantenute, di mancanza di etica, di comportamenti discutibili, di voti di scambio e di furbate varie.
Ma non è tutto: quando dal sorriso, passa alla poetica del surreale, riesce a far riflettere sulla vita e, spesso, a commuoverci.
Come ho scritto, sono stati i temi, a colpirmi e a farmi considerare, questo, il libro più importante scritto da Borgatti.
Nel racconto
Il Natale dell’Uomo molto Vecchio, ha affrontato il generale abbrutimento del mondo e della società, con la perdita di ogni buon sentimento. Lo ha fatto con una fantasiosa allegoria che vede i cattivi sentimenti eclissare i buoni dei quali, ormai, più nessuno ricorda l’esistenza. Soltanto un vecchio signore, li rammenta. Un uomo buono, preciso, di parola, gentile, ingenuo, dolce e cordiale. Che adora le buone maniere e le musiche di Frank Sinatra. E che, il giorno di Natale, se ne va, in punta di piedi, per sempre, dopo aver pranzato con lui, col suo amico Frank. Se ne va da questo mondo, dove Umanità, Fratellanza, Amicizia e tutti gli altri buoni sentimenti non ci sono più.
Ne
Il Pesce fuor d’Acqua, ha affrontato l’omosessualità latente, investendo di essa, uno scrittore di successo, perennemente scontento e infelice, che non vuole ammettere né accettare quella che è la sua vera natura.
Ne
La Signora Marika, l’autore ha trattato la gelosia, immergendo il lettore in una storia di rivalità e possesso che si fonde con un’altra che mostra il dolore di un uomo che ha perduto la donna amata. Due storie, che, pur intersecandosi tra loro, mostrano, distinti nettamente, il dramma della giovane lei e quello del vecchio lui, in tutta lo loro crudezza.
Nel racconto
Gabriella, Francesco e una Notte di Luna Piena, ha affrontato la violenza sulle donne, fondendo la realtà della vita, con un sogno impossibile che si chiude con la frase di lei: «Io sono in te, ma tu non sei più in me!».
In
Epopea in Trinacria, parla di mafia, ma lo fa con tono allegro e divertito, inventando un simpatico protagonista e una storia corposa, vivace e ricca di trovate. È un susseguirsi di coup de théâtre che accompagnano il lettore fino alla chiusa, che non poteva essere che quella.
Nel racconto
Dialogo tra un Sopravvissuto dal Naufragio di una Nave da Crociera e un Sopravvissuto dal Naufragio di una Nave da Carico, affronta la speranza: che dovrebbe accompagnarci sempre. Lo fa, richiamando il Dialogo di un Venditore di Almanacchi e un Passeggere, di Giacomo Leopardi, dissociandosi, però, da quel pessimismo che tanto pervade l’animo del genio di Recanati.
In
Misteriose Telefonate e una Cernia al Forno in Parlamento, Enrico Borgatti sorride della politica, lo fa in maniera pungente, sarcastica, un po’ dura, ma senza schierarsi.
Osserva dall’alto, restando al di sopra delle parti. Il protagonista milita nel proprio schieramento, nel “Partitoˮ, il suo, nel quale crede ciecamente. E nel quale, tutti gli schieramenti potrebbero riconoscersi.
Gli altri tre racconti e la poesia sono umoristici: di quell’umorismo che Pietro Pancrazi, a proposito di Achille Campanile, ha così definito: «Il suo umorismo è il più vuoto, il più inutile degli umorismi, è l’umorismo perfetto.». Sono quattro storie che altro non vogliono che strappare sorrisi e che vedono fondersi: impossibile, autoironia e trame geniali.
Tutte ricche di suspense e colpi di scena, in un assurdo totale.
Il genere umoristico resta, per Enrico Borgatti, il grande amore. Parlandone assieme e accennando al piacere che prova, ogni volta che insventa storie o personaggi e alla passione che mette descrivendo fatti, luoghi o persone, mi ha confessato quanto si senta maggiormente realizzato, allorché affronta il genere umoristico. Quella comicità intelligente e geniale che ha scoperto grazie ad Achille Campanile, a Totò, a Renzo Arbore e a Wolday Allen: personaggi che considera idoli e maestri.
A ciascuno di loro, Enrico Borgatti ha indirizzato una missiva, è riportata nei due risvolti di copertina del libro:
‘Il Natale dell’Uomo Molto Vecchio’ e altre Storie.

Filippo Baroni